Tante piccole scintille che, unendosi, hanno creato un fuoco che tutt’ora rimane accesso.

⇒ di Laura Rissone ≈ Gli Altri Siamo Noi

“Gli altri siamo noi” prosegue il suo viaggio tra le piccole associazioni e cooperative solidali che operano nella nostra penisola, questo mese è la volta di A Roma Insieme – Leda Colombini dalla “voce” della volontaria Marica Fantauzzi, ringrazio la presidente Giovanna Longo per la cortese collaborazione.

Qual è stata la “scintilla” che ha portato alla fondazione della vostra associazione e quali sono i suoi fini principali? Quale sia stata la scintilla che ha fatto nascere “A Roma Insieme-Leda Colombini” nel 1992 è difficile dirlo. Ripensando al passato, vengono in mente tante piccole scintille che, unendosi, hanno creato un fuoco che tutt’ora rimane acceso. Chi si accorse per prima di queste scintille fu Leda Colombini, bracciante, partigiana e parlamentare della Repubblica. Mise insieme una piccola squadra di persone, tra volontari e operatori e fondò un’associazione per combattere l’ingiustizia dei bambini reclusi con le loro madri. Questa battaglia, negli anni, si è allargata sino a includere la difesa dei diritti fondamentali dei bambini, delle madri e delle loro famiglie, dentro e fuori le carceri del Lazio.

La rubrica “gli altri siamo noi” va alla ricerca delle piccole realtà sociali e solidali della penisola, essere “piccoli”  – e quindi con un raggio d’azione in un territorio circoscritto – comporta vantaggi o svantaggi? A Roma Insieme è una piccola realtà associativa e in quanto tale, ha meno risorse di enti no–profit che lavorano su scala nazionale, ma a fronte di trent’anni di attività, ha saputo muoversi e condensare le energie che aveva a disposizione. Ci sono volontari che hanno accompagnato l’associazione sin dalla sua nascita, altri che sono rimasti per poco, altri che si affacciano ora. Essere piccoli in un mondo di grandi, anche all’interno del carcere, ha fatto sì che il sostegno avvenisse sempre in maniera diretta, mantenendo costante il rapporto di fiducia con i bambini e le loro famiglie.

Quale progetto e/o attività può essere definito il vostro “fiore all’occhiello” e quale sperate di tirar fuori un giorno dal cassetto? In questi anni le principali attività sono avvenute all’interno del carcere di Rebibbia e all’interno di Regina Coeli. I sabati di libertà sono dei giorni dedicati interamente al bambino, in cui la madre detenuta affida il proprio figlio ai volontari che, dalla mattina alla sera, lo portano fuori dal carcere.

L’associazione ha sempre tenuto presente quanto la genitorialità all’interno del carcere fosse difficile da portare avanti, motivo per cui ha attivato laboratori di musicoterapia e arteterapia che avevano l’obiettivo di rafforzare il legame madre – figlio, anche se in un luogo di privazione delle libertà.

 

I continui colloqui con le detenute, i corsi di falegnameria sociale, i laboratori di formazione con professionisti di diversi settori, le feste di compleanno, Natale e della Befana, sono tutte istantanee di una storia lunga, fatta di estremo dolore ma anche di estrema gioia. Creare un ponte che fosse abbastanza solido da sostenere ogni storia e abbastanza trasparente da poter collegare il mondo di fuori con il mondo di dentro, è sempre stato il tentativo.

Avendo appurato quante difficoltà affrontano le donne recluse, anche una volta uscite dal circuito penitenziario, in futuro c’è l’idea di creare una casa di accoglienza dedicata interamente a loro. Si spera un giorno di poterle sostenere, in maniera sempre più strutturata, nel loro cammino verso la libertà.

In base alla vostra esperienza, la vita delle associazioni nel nostro paese è sostenuta oppure ci sono delle difficoltà che ne impediscono la crescita e in alcuni casi la sopravvivenza? In questi mesi, in Parlamento, è stata depositata una proposta di legge (Legge Siani) per far sì che le madri recluse con i propri figli possano scontare la pena al di fuori delle mura del carcere, accolte in case-famiglia. Non è dato sapere quando le istituzioni decideranno di porre fine a queste e altre ingiustizie che avvengono all’interno dei penitenziari italiani. In attesa che questo avvenga, quello che possiamo fare, anche se a fatica e col fiatone, è “continuare in ciò che è giusto”.
La pandemia sanitaria e le conseguenti restrizioni, quanto hanno influito sulle vostre attività, e come siete riusciti a proseguire? Durante la pandemia l’ingresso al carcere è stato fortemente limitato, sia per i familiari dei detenuti, sia per i volontari. Questo ha portato l’associazione a orientare la propria attività verso le famiglie delle detenute, partendo dalla raccolta dei pacchi alimentari, sino all’orientamento legale per accedere ai buoni spesa e alle graduatorie per le case popolari.
In conclusione, ci chiedete di porvi una domanda, che vi rigiriamo: qual è stata la vostra scintilla? Rispondo volentieri alla vostra domanda con le parole di Giuseppe Rissone, uno dei fondatori di questo progetto: Sono davanti a una grossa pedana con le ruote, a fianco pile di libri da disporre, non a caso, ma con criterio, nello specifico un’esposizione delle ultime novità librarie. Il collega con cui devo eseguire questo lavoro inizia a collocare i volumi con frenesia, senza calcolare gli spazi e le grandezze, cerco di fermarlo, come risposta ricevo un secco: datti una mossa… Conclusione, la fretta ha raddoppiato il tempo di esecuzione, il primo tentativo di sistemazione a tempo di record fallisce, si deve rifare tutto… Sono tornato a casa con una dose di rabbia indescrivibile, per sfogarla ho acceso il pc e aperto un blog, il nome non poteva che richiamare il tanto amato animaletto – per diversi anni ho lavorato come educatore al Centro Ragazzi Il Bradipo di Torino – ed ecco in pochi minuti sbarcare sul web bradipodiario, era l’8 novembre del 2008…