Musica dentro: canti e suoni della nostra Terra

 

Per la Giornata mondiale della musica, esibizione del nuovo coro multietnico nato nel Laboratorio di musicoterapia della Casa circondariale di Regina Coeli

 

Mercoledì 21 giugno 2017, dalle 15 alle 17

Sala biblioteca di Regina Coeli – Via della Lungara, 29 – Roma

All’esibizione si unirà Nando Citarella con i Cymbalus ensemble

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Opera Nazionale Montessori è tra i nostri sostenitori

Siamo molto lieti di comunicare che Opera Nazionale Montessori è tra i nostri sostenitori.

In questo momento di grandi difficoltà per tutti coloro che lavorano nel sociale e per la difesa dei soggetti più deboli, è con profonda gratitudine che abbiamo accolto un generoso contributo dell’Opera Nazionale Montessori che storicamente si impegna per difendere la dignità del bambino.

Da sempre l’Opera Nazionale Montessori ha rappresentato un esempio di attenzione allo sviluppo della personalità dei bambini e di cura dell’infanzia.

Ci accumuna il fine di mettere al centro del nostro lavoro i bambini, in particolare nella nostra attività bambini che trascorrono in carcere i primi tre anni di vita, anni determinanti per la loro crescita trascorsi in un ambiente che li priva di una normale e serena relazione con il mondo esterno.

Grazie di cuore all’Opera Nazionale Montessori per averci sostenuto ed essere al nostro fianco in questa importante battaglia di civiltà.

“Così aiutiamo i bimbi in carcere”

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L’Associazione “A Roma, Insieme – Leda Colombini” da oltre 20 anni è impegnata nel carcere di Rebibbia femminile. I volontari dell’associazione svolgono diverse attività – laboratori di arte e musicoterapia – coinvolgendo mamme e figli: al momento i piccoli sono 17, ma negli anni ne sono passati centinaia

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“Il nostro 8 marzo, con Giovanna Longo, Stefania Iannilli, Marica Fantauzzi e le donne del nido di Rebibbia”

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L’8 marzo le donne del mondo hanno scioperato. C’era chi lo ha fatto per strada, chi sul luogo di lavoro, chi con in braccio un figlio, e chi da dentro un carcere.

“ Fuori da qui le donne di tutto il mondo si sono organizzate per scioperare affinché i propri diritti siano rispettati. Voi per quali diritti vorreste scioperare?”

Le donne, madri e detenute insieme ai loro figli nel carcere di Rebibbia, si guardano tra loro. Alcune ridono, altre fanno finta di ascoltare, altre vorrebbero ascoltare ma devono controllare il bimbo pronto a fiondarsi sotto qualche tavolino. Una di loro, 24 anni come me, urla: “Affetto”. Un’altra: “ Fiducia”. Un’altra ancora: Rispetto”. A quel punto ripenso alle prime pagine del mio vecchio libro di diritto pubblico, quelle in cui si parlava del diritto come una risposta ai bisogni dell’uomo. Tutte loro stavano urlando un proprio bisogno, ma non credevano minimamente di avere un diritto. Questo fino a che una ragazza non ha alzato la mano e, quasi solennemente, ha detto chiaramente che il diritto che le spetta è quello di non andare a rubare:

-“ Perché dobbiamo andarci noi, ci andassero gli uomini. Noi vogliamo trovarci un lavoro”.

Le altre sorridono, forse pensano ci sia del vero in quel che dice la loro compagna, ma non so quanto ci credano. Mentre le ascolto palleggiarsi la possibilità di dire la loro, la lista dei diritti che prima sembrava appartenere solo alle lotte delle donne al di là del muro, prende forma anche al di qua.

Il diritto a ricominciare, il diritto ad amare chi si vuole amare, il diritto a cambiare sesso, il diritto di difendersi, il diritto alla libertà. Ogni diritto che esce fuori dalla loro bocca è cucito a doppio filo con una violenza che hanno subito da bambine, da donne, da madri.

“ Ero piccola, non avevo neanche nove anni quando mi ha violentata. Io non dissi niente perché minacciò che avrebbe fatto del male alle mie sorelle, alla mia famiglia. Dopo anni lo dissi a mia madre, ma ormai era troppo tardi. Ora il peggio è passato, ma quando sto accanto ad un uomo non provo niente, non so attaccarmi.”

Luna e le altre ci guardano negli occhi mentre ci chiedono di scrivere per loro queste parole. Gli escono di getto, e noi a fatica cerchiamo di trattenerle su un pezzo di carta.

“Al binario 1 di Termini la polizia prese me e altre due mie amiche. Un poliziotto ci conosceva. “Buongiorno puttane”, così ci salutava. Ci ha picchiate più volte, anche se non avevamo fatto nulla. Ci veniva addosso e bam, uno schiaffo. Lo abbiamo raccontato ad altri poliziotti. Hanno detto che ora non era più un nostro problema, il poliziotto era stato spostato in un altro posto.”

“ I was disappointed by a man. He promised we would be happy. It was not like that, he hurt me. I will not say how, but he hurt me so much I can’t explain it.”

Ora che sfoglio i loro dolori mi chiedo cosa gli sia rimasto di quella giornata. Mi chiedo perché Luna dovrebbe ascoltare me parlare di diritti negati e violenze perpetrate quando lei vive le sue giornate chiusa in una stanza con un figlio di pochi mesi, consapevole che lì dentro ci è finita probabilmente per qualcosa che io chiamo violenza ma lei chiama amore. Mi chiedo se ci sia un limite oltrepassato il quale la violenza non può più esser combattuta, perché per anni non si è conosciuto nient’altro. Mi chiedo se queste donne, le donne del nido di Rebibbia, avranno un giorno la possibilità di avere un’altra possibilità. E mi chiedo se ci sia spazio, nella loro giovane eppure già così tormentata vita, per il riscatto.

“Le donne – diceva Natalia Ginzburg- sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù sulle spalle e quello che devono fare è difendersi con le unghie e coi denti dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto perché un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a se stesso ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono al mondo e si occupa di se stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero. Così devo imparare a fare anch’io per la prima perché se no certo non potrò combinare niente di serio e il mondo non andrà mai avanti bene finché sarà così popolato d’una schiera di esseri non liberi.”

Perciò sì, negli occhi delle donne di Rebibbia ho visto il pozzo di cui parlava la Ginzburg, quello in cui ogni donna inevitabilmente cade, ma posso giurarvi che ho visto anche tanta preziosa libertà.

Marica Fantauzzi

 

PARLANO DI NOI…

“Sull’ultimo numero di Shaker, Pensieri senza dimora, si parla di noi! Ci fa piacere, in modo particolare, essere ospiti di questa rivista che, sin dalle prime pagine, ha l’obiettivo di favorire l’inclusione sociale delle persone emarginate e la lotta alla povertà.
Shaker, il giornale di strada di Roma, esce per la prima volta nel dicembre 2006. È un giornale pensato e scritto dalle persone senza dimora, ospiti del Centro Polivalente Binario 95 di Roma Termini, che partecipano al laboratorio di scrittura creativa, con il supporto di operatori, volontari e di tutto lo sta­ff della Europe Consulting Onlus, la Cooperativa Sociale editrice della testata giornalistica.”

MERCATINO DI RACCOLTA FONDI NATALE 2015

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