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Un pomeriggio tra donne

Un pomeriggio tra donne

di ALICE MANFRONI

UN POMERIGGIO TRA DONNE

 

15.30 Rebibbia sezione femminile.

Si apre un pesante portone blù ed entriamo nel carcere; lasciamo le borse, controllano i nostri documenti, ci danno un cartellino, passiamo sotto al metal detector e ci dirigiamo verso l’edificio del nido. Un’agente ci accompagna all’entrata e apre con le chiavi la porta di ferro; per un attimo il carcere sparisce. Un’atmosfera colorata ci accoglie, alcune donne scherzano con Giovanna, dolcetto o scherzetto? Il corridoio con le pareti disegnate e colorate era totalmente inaspettato. Lasciamo di nuovo i nostri nomi all’agente e poi cominciamo a preparare la stanza dei giochi per iniziare la chiacchierata del pomeriggio. Disponiamo le piccole sedioline gialle in circolo e sotto lo sguardo divertito di Mowgli del “Libro della giungla” dipinto su una parete della stanza, iniziamo a presentarci. Undici donne in una stanza che parlano di tradizioni, superstizioni, riti e magia; Mariarita comincia a parlare del matrimonio tradizionale italiano, delle usanze che da tempo caratterizzano questo rito e Costanza aggiunge che quando lei si era sposata la famiglia le aveva preparato il corredo. Diana, Vera e … parlano dei loro matrimoni e raccontano le usanze tipiche della cultura rom o piuttosto della loro particolare tradizione all’interno della cultura rom; dall’altro lato del cerchio infatti c’è un’altra donna con un bellissimo bambino in braccio, anche lei rom ma di un’altra tradizione e racconta che nella loro cultura esistono più di sette gruppi con riti e tradizioni diverse. L’entusiasmo che scaturiva dai racconti dei loro matrimoni, del futuro dei loro figli, dell’amore e del ticchetetacchetè, rallegrava la stanza e incuriosiva tutte le presenti; l’imbarazzo iniziale svaniva a poco a poco mentre la conversazione diventava sempre più appassionante e divertente. Quante risate, quante scoperte e quante riflessioni ha suscitato in me quella particolare situazione; in un primo momento ero intimorita dall’ambiente e non sapevo come dovevo comportarmi ma sentendo la sincerità e la spensieratezza con cui tutte le donne chiacchieravano, ho capito che forse l’unica a sentirsi a disagio ero io. Certo, alcune erano più silenziose di altre ma ognuna ha raccontato un pezzettino della propria storia, tutte abbiamo condiviso esperienze, idee, emozioni e paure; c’era una storia nigeriana, una storia francese, una storia napoletana, una georgiana, una, due, tre, quattro storie rom diverse e poi la mia storia. Una storia non ancora vissuta che in quella stanza insieme a tutte donne già sposate si sentiva fuori luogo e in ritardo; l’età anagrafica non mi legava affatto alle ragazze mie coetanee che anzi vedevo molto più vicine alle donne sposate nonostante la grande differenza di età. Vedere lo stupore nei loro occhi mentre raccontavo che studio antropologia, che mi piacerebbe viaggiare e che prima di pensare al matrimonio vorrei trovare lavoro, mi faceva sentire una marziana. “E perché vuoi trovare un lavoro prima di sposarti?” La difficoltà nel capire le ragioni di alcuni loro comportamenti veniva fuori anche da parte loro nel capire le mie di ragioni; che strano dare spiegazioni per un comportamento che nella nostra società sembra più che razionale e logico mentre per altri non lo è. Il pomeriggio è proseguito in un continuo confronto aperto su svariati argomenti in cui l’essere donna ci avvicinava e ci faceva sentire libere di essere noi stesse. In quel momento, oltre alle differenze culturali che nel palesarsi nei nostri discorsi non facevano altro che arricchirci a vicenda, non avvertivo l’unica profonda differenza che invece creava e caratterizzava un “noi” e un “loro”; le restrizioni del carcere sembravano essere sparite e nella franchezza della situazione si riuscivano a toccare discorsi anche molto personali che in quel momento non mi stupiva ascoltare e che anzi hanno dato l’opportunità a ognuna di noi di confrontarsi con l’alterità. E proprio in un posto come il carcere, in cui l’identità personale viene nascosta e annullata dalle regole dell’istituzione totale, noi donne (tanto diverse per età,esperienze, cultura e origini)abbiamo passato un bellissimo pomeriggio chiacchierando e bevendo tè.

Alle 17.55 siamo state costrette ad andare via perché la cena era pronta; un saluto veloce mentre l’impazienza dell’agente pesava su di noi. E mentre ci dirigevamo verso l’uscita del carcere pronte a riprendere le nostre borse e a metterci in macchina per tornare a casa, ecco che si presenta l’unica differenza che quel pomeriggio non eravamo state in grado di superare.

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