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TRA ARTE E MAGIA ZIGANA

di JOLE FALCO

Il 28 novembre ho incontrato al nido del Carcere di Rebibbia dodici mamme per conversare e confrontarci sull’arte e la superstizione sorseggiando del cioccolato caldo.

E’ stato eclatante e sbalorditivo scoprire che un quadro di Caravaggio fosse interpretato come un gesto d’amore nei personaggi protagonisti.

Sarebbe parso più naturale e più vicino alle loro realtà etniche, dei Rom, la facile lettura del soggetto del quadro di Caravaggio. Il quadro era “la zingara che legge la mano” di Caravaggio del 1600. La nostra cultura e il nostro stereotipo ci portava a credere che avrebbero immediatamente capito il soggetto ma invece è stato interpretato come un gesto d’amore o di una promessa di matrimonio. L’amore diventa sempre il perno su cui ruotano argomenti di ogni tipo, spazi diversi, ambienti e donne di tutte le culture. La descrizione dei vestiti, la postura ha rivelato in queste donne una grande capacità di osservazione e un piacevole interesse.

Dalla zingara è stato facile passare alla superstizione e al malocchio. La più grande tra le donne ha iniziato a ricordare i suoi antenati che esercitavano le pratiche di stregoneria insieme a un’altra di origine napoletana. Le più giovani erano scettiche a tale pratiche, ma poi si sono lasciate convincere man mano che parlavamo. La capacità di vedere un sentimento come la tristezza nel quadro di Chagall rendeva il loro essere semplici donne in un posto di costrizione, molto più aperte e acute di tante persone libere e superficiali che mi circondano.

Alcune giovani al terzo dipinto hanno indovinato l’autore, non so se forse a caso; l’opera era di Pablo Picasso, ritratto di una delle sue mogli. L’impatto immediato, come nelle precedenti illustrazioni, è stato quello di leggere nel volto della donna, una donna a due facce, una donna di cui non ci si può fidare, perché ha due personalità. Ognuna di loro interpretava una donna ipocrita, forse anche triste, comunque una donna sola e con un sentimento proprio. Più tardi gli abbiamo comunicato che il quadro apparteneva a uno stile cubista.

Vera è una donna giovane e il suo nome le sta come un vestito a pelle, si adatta nel suono e nei modi; impulsiva, sorridente, protagonista spesso nella conversazione, la sua semplicità e la sua gestualità era vera come delle spighe di grano al vento. Ho riflettuto sui nomi di queste donne, questi nomi che non ci appartengono spesso, che a volte abbiamo difficoltà a nominare; sono dei nomi invece intensi e profondi, marchi stampati dalla nascita, a volte scomodi ma che mi hanno ricordato gli indiani d’America che davano ai bambini alla nascita non solo il riconoscimento di diritto ma il peso di portare con se nel proprio nome la cultura da cui derivano.

Il mio cuore si è aperto e si è riempito di nuove emozioni. Non ero io che portavo il fuori nel dentro ma sono state loro che mi hanno saputo trascinare fuori.

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