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Il Sabato di Pasqua con le mamme di Rebibbia

di MARGHERITA FERRANTI

E’ sabato: i bambini escono con i volontari della nostra associazione. Non è la prima volta che entro a Rebibbia, tuttavia oggi sarà diverso: non giocherò con i bambini e rimarrò con le mamme. Fuori dal carcere ci sono Giovanna e Mariarita ad aspettarci, ci spiegano che i temi che verranno trattati sono le tradizioni legate alle festività e l’abbandono.

Insieme a loro, io e Silvia entriamo nel nido di Rebibbia. Oggi è il sabato di Pasqua.

Ci troviamo nella stanza dedicata ai giochi e ci sediamo sulle piccole sedie che normalmente vengono utilizzate dai bimbi. Sono poche le detenute che ci accolgono, a poco a poco le restanti ci raggiungono. Mariarita invita me e Silvia a sederci in mezzo alle altre donne, che appaiono diffidenti: solamente 2 o 3 di loro, infatti, hanno già avuto modo di partecipare a questo tipo di conversazione, le altre sono arrivate a Rebibbia da meno di un mese.

Iniziamo: Mariarita chiede alle detenute di spiegare in cosa consisterà l’incontro di oggi, una di loro risponde: “Oggi si fa psicologia”. Mariarita cerca di spiegare che l’incontro è finalizzato alla socializzazione e allo scambio di pensieri, racconti e opinioni.

Domani è Pasqua, dunque si parla di tradizioni e viene chiesto alle detenute quale sia la loro religione e le tradizioni ad essa legate. Alcune donne rispondono con poche parole, altre, invece, si dilungano nel racconto. La maggior parte di loro professa la religione cristiana cattolica, alcune sono cristiane ortodosse, altre ancora musulmane.

Un dettaglio mi colpisce: una donna, con il suo piccolissimo bimbo in grembo, racconta le tradizioni legate al giorno di Pasqua, cercando l’approvazione di un’altra donna, che di tanto in tanto la corregge nella descrizione dei dettagli, senza però continuare lei stessa nella spiegazione.

Le detenute che vivono nel campo ci raccontano che il sabato di Pasqua gli uomini si recano a comprare animali, che poi verranno uccisi e cotti sulla brace. Le donne, invece, restano a casa per cucinare la parte restante del pranzo e per preparare le uova. Queste ultime vengono decorate con l’ausilio di coloranti alimentari, per la maggior parte di colore rosso, per poi essere poste in un cestino insieme al pane imbevuto di vino. Alla base di tale cestino viene posizionata una zolla di terra, con l’erba. Dunque le uova colorate e il pane bagnato dal vino simboleggiano i doni di Dio che si raccolgono dalla terra.

Queste usanze si discostano moltissimo dalle mie, tuttavia il racconto mi affascina, tanto che nella mia mente cerco di immaginare visivamente quegli eventi.

Nel corso della conversazione mi viene data la parola e dunque racconto brevemente come trascorrerò la giornata di Pasqua, parlo delle uova di cioccolato e del pranzo in occasione del quale si riunirà la mia famiglia.

Le detenute in totale sono 10, alcune di loro nel corso della conversazione si allontanano dalla stanza, altre allattano i propri neonati, altre ancora rimangono attente e partecipative per tutta la durata dell’incontro.

E’ il momento della cioccolata calda che Giovanna ha preparato per tutti, insieme alla colomba.

Dopo poco cambia il tema della conversazione e si parla di abbandono. Mariarita chiede alle donne se si sentano abbandonate dai propri parenti da quando sono giunte a Rebibbia oppure se abbiano paura che accada il contrario, cioè che i propri cari si sentano abbandonati da loro. Il parere è unanime: la famiglia, anche se a distanza, le sostiene e, non appena sarà possibile, le detenute si ricongiungeranno ai propri cari.

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