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Il matrimonio

Il matrimonio

di CATHERINE PERRIGAUD

IL MATRIMONIO

Oggi vado al nido di Rebibbia per un incontro con mamme detenute. E’ da giorni che ci penso, chiedendomi se e come prepararmi a questo incontro. La punta d’ansia che si è annidata in me si riassume nella domanda “ma e se non sapessi che cosa dire, se non avessi parole davanti a loro”. Sono andata diverse volte al nido in occasione di compleanni o di feste varie, ma c’erano sempre i bambini che facevano da filo conduttore alle chiacchiere con le mamme. Oggi però è sabato, i bambini più grandicelli sono usciti, e mi ritrovo con le mamme per parlare di altro che dei loro figli.

Entriamo, Giovanna da capo fila, conosce tutti e tutte le regole, anche quelle non scritte, e con lei ci si sente a proprio agio, il suo senso dell’umorismo rende tutto più leggero. Seguiamo, Mariarita, con il suo viso pallido che sembra sempre tendere verso il cielo e le dà quest’aria serafica, Alice, così giovane e con grandi occhi celesti curiosi ed io.

Le mamme arrivano, rumorose e scherzose. Andiamo insieme nella sala comune che ospiterà il nostro incontro, dipinta di colori vivaci e con tavoli e sedie a misura di bambino. Disponiamo le sedie piccole in cerchio e ci installiamo. Osservo con curiosità le donne nel cerchio, sembrano contente di stare qui. Sono 7, piuttosto giovani. Di fronte a me, una mamma rom tiene il suo bimbo beato tra le braccia. Mi sembra la più anziana del gruppo delle detenute, anche se è difficile darle un età, e penso che probabilmente dimostra più anni di quelli che ha.   La riconosco, è la mamma di un bambino che usciva il sabato con noi un paio d’anni fa. Accanto a lei, spicca per il suo accento, una detenuta napoletana, composta e sicura. Seguono nel cerchio tre giovanissime detenute rom. La prima ha suo figlio nel passeggino accanto a lei. Lui, la faccia tutta ricoperta della cioccolata del suo biscotto, sorride felice. Lei è proprio giovane, guardandola mi chiedo se è il suo primo figlio. La sua vicina, vispa e chiacchierona, ha la sua bimba seduta sulle ginocchia che sorride appena la guardi. L’ultima del trio è una ragazza di 22 anni dai tratti delicati. Sono seduta in mezzo a loro. Mi informano che sono cugine e che due di loro sono sorelle. Un po’ in disparte, come per distinguersi dal gruppo, c’è una donna nigeriana di poche parole. Anche a lei è difficile dare un’età, ma nel suo caso capirò dopo che dimostra meno degli anni che ha. Vicino a lei, una ragazza georgiana con un bel viso aperto e una lunga treccia bionda che le cade sulla schiena, osserva silenziosa.

Mariarita, con la sua voce soave e rassicurante, annuncia al gruppo attento che oggi si parlerà di tradizioni e superstizione. Chiede, per iniziare la discussione, che ognuna racconti quale sono le usanze per quanto riguarda il matrimonio. Quando arriva il turno delle cugine m’incuriosisce subito il loro racconto. Ognuna racconta il proprio matrimonio.

Mi colpisce il racconto della più grande delle tre, la storia è molto simile a quella della sorella e della cugina, ma quando parla sembra rivivere quei momenti e ci trasporta al tempo dei fatti. Non aveva ancora quattordici anni quando il padre del futuro marito si presentò alla famiglia per chiedere se la loro figlia accettava di sposare il loro figlio di pochi anni più grande di lei. Lei si rivede nascondersi dalla vergogna dietro la madre quando le chiesero che ne pensava. Lo trovava carino, ma non osò neanche parlargli. Chiese di aver un po’ di tempo per pensarci. Dopo 20 giorni acconsentì e poco dopo si fece la festa di fidanzamento. Lei era vestita con una gonna lunga e un top. Venne una danzatrice del ventre ad esibirsi e anche lei si mise a danzare davanti a tutti. Racconta che si sentiva così imbarazzata che non osava parlare con il futuro marito, l’unica cosa che gli chiese, fu una forchetta. Lui si rivelò più intraprendente; siccome lei non aveva un telefonino, le registrò il suo numero sul cellulare del fratello. Ricorda divertita che a lei, impacciata e vergognosa, venne spontaneo cancellarlo. Prima del matrimonio, si videro molto poco anche perché lui abitava lontano.

Noi volontari ogni tanto interrompiamo per chiederle qualche dettaglio e stimolarla nel racconto. Alla mia domanda su quali sentimenti la pervadevano nell’attesa del matrimonio, se si sentiva innamorata, ci spiega come pensava a lui e fantasticava. Mentre ci racconta la sua storia, sorride e ride con ancora una punta di imbarazzo a quei ricordi.

La sua storia mi riporta ai ricordi ed emozioni dei miei 14 anni. Il ragazzo con il quale avevo solo scambiato uno sguardo, che spiavo tutti giorni al suo passaggio in scooter davanti a casa mia e con il quale avevo già costruito tutta la nostra vita nei miei sogni a occhi aperti. E come lo avevo dimenticato in fretta, appena incontrato quell’altro ragazzo con lo sguardo cosi penetrante che non potevo neanche avvicinarlo per la paura di arrossire all’istante. L’adolescenza, l’età dell’innamoramento tanto spontaneo quanto effimero. Bastava uno sguardo perché la fantasia ti portasse già ai baci e all’amore romantico di tutta una vita. L’adolescenza è l’età dei sogni, non della realtà. Rivedo tutta la strada fatta da quel periodo sognante fino agli anni della maturità e del discernimento. Che avrei fatto se mi avessero chiesto a 14 anni di sposare un ragazzo sconosciuto? Probabilmente avrei spiato il suo passare con il fiato sospeso come per il ragazzo dello scooter e avrei cominciato a costruire a occhi aperti i nostri incontri appassionati e la nostra vita futura, ma poi? Quale sarebbe stata la realtà, come si passa dal sogno romantico alla realtà alla quale siamo ancora lontani dall’essere preparati a 14 anni?

La sua voce mi riconduce alla sua realtà, dice: “ma io non lo amavo, mi ci è voluto un anno prima di amarlo, ho cominciato ad amarlo quando ero incinta e da allora lo amo ancora”. Questa rivelazione m’intriga, ma che sarà l’amore per lei? Tutt’a un tratto, la vedo cresciuta. I sogni romantici e l’impaccio vergognoso della ragazzina che si deve fare Donna, si sono trasformati in consapevolezza delle dinamiche di una relazione di coppia e di una famiglia. Mi colpisce quanto queste ragazze sembrano investite nei loro rapporti. Sembra che la loro volontà di crederci, saldi i loro rapporti molto di più di quelli di tante coppie che si fanno per scelta e si disfanno con tanta facilità alla prima difficoltà.

Le cugine si dilungano poi sul tema della verginità. Una ragazza deve arrivare al matrimonio vergine mentre l’uomo, lui, deve avere esperienza. Tuttavia, con un sorrisino, tengono a precisare che oggi non sempre le donne sono vergini. Ma in agguato c’è la vergogna, che torna come un ritornello nella conversazione. La tradizione vuole che durante il matrimonio gli sposi si ritirino in una stanza e ne escano con il lenzuolo macchiato. Le ragazze vogliono affrontare questo rito a testa alta. Se non si è vergine, la vergogna costringerà la ragazza a camminare a testa bassa in mezzo agli invitati al matrimonio.

Le cugine sono un fiume in piena di parole e risate, niente frena i loro racconti. E io che temevo che non avessimo niente da dirci! Ho una miriade di domande. Loro rispondono con grande ingenuità a tutto. Con in mano la tazza di tè e nell’altra i biscotti preparati da loro, ci scordiamo dove siamo, si chiacchiera per il solo piacere di conoscere l’altro. Il tempo passa ed è ora di chiudere la discussione. Per temperare le energie sprigionate dalla discussione e dall’esuberanza delle cugine, Mariarita conclude con una breve lettura.

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di Laura  Fersini

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