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HALE, BERS’EL (dai, siediti)

di ELISA RIGONI

Sono cresciuta in un laboratorio di pasticceria e in una grande cucina. I miei primi lavori, a dieci anni, erano la vendemmia e la raccolta delle nocciole. Il cibo è stata ed è ancora una parte importante della mia vita. Forse allora non è un caso che mi sia toccato proprio il giorno in cui il tema della conversazione con le ragazze del nido era “Cibo e convivialità”.

Sabato di carnevale, tè al gelsomino, castagnole, frappe e due ore per stare insieme.

Al campo, quando si arriva a casa di qualcuno, la prima frase che ci si sente rivolgere è “hale, bers’el”, cioè “dai, siediti”, ma significa molto di più. Significa tempo da condividere, qualcosa da bere, ospitalità e chiacchiere. e così è stato anche il nostro sabato tra amiche.

Da Napoli alla Puglia, dal Piemonte alla Macedonia, passando per la Bosnia e per Roma: il gruppo riunisce tante origini diverse, ma parlando scopriremo poi che ci sono tradizioni che si assomigliano, perché il cibo, da sempre, riscalda ed unisce.

“Da noi si mangia quando è pronto, e chi passa trova sempre qualcosa da mangiare”, “da noi al nord si cena alle sette, sette e mezza”, “da noi alla domenica si sta più tempo a tavola che in piedi”. Piano piano, vincendo qualche timidezza iniziale, ognuno porta con orgoglio un pezzo della propria storia e di quella della sua famiglia. Mangiare insieme è un atto naturale, uno dei pochi momenti di condivisione, e nelle occasioni speciali assume anche un profondo significato “rituale”. E’ così al campo, quando dopo i 40 giorni dalla morte di una persona ci si riunisce per arrostire carne di pecora, preparare sarmale e peperoni al riso e mangiare sui tavoli sistemati tra un container e l’altro. Ed è così nei lunghi pranzi domenicali napoletani e pugliesi. Accogliere e offrire qualcosa, per poco che sia, è un gesto senza confini e l’incontro di oggi ne è la prova.

Osservando alcune riproduzioni di quadri antichi che raffigurano scene conviviali, mercati, taverne o eleganti caffè di Parigi, alla richiesta di Mariarita di descrivere i personaggi, le risposte fanno pensare e a volte sorridere “qua mangiano le ostriche, beati loro!”, “pure io ho voglia di una cena fuori con mio marito, senza i bambini, a mangiare il pesce”, “guarda quanto oro, lei per me è zingara”. E così ogni timidezza si scioglie, c’è chi racconta il rito del ragù che cuoce quattro ore, chi quello della polenta piemontese, chi chiede consigli su dove comprare il famoso “Vegeta”. Gli occhi sorridono, forse per orgoglio o forse per nostalgia, quando racconto l’accoglienza che ricevo al campo, il profumo del pane fatto al forno e della pita e quando dico che mi piace di più il loro caffè che l’espresso del bar.

E’ bello vederle stupite e felici quando racconto che durante i sabati i loro bambini mangiano tanto e di tutto, quasi non ci credono che mangiano anche le arance, l’insalata, la pasta e fagioli “perché qui dentro mangiano poco”. Amare, si sa, è anche chiedere “hai mangiato?”.

 

Le due ore passano in fretta, siamo allegre e rilassate, contagiate dalla felicità di D, che tra due ore potrà uscire. E alla domanda “c’è qualcosa di speciale che mangerai per festeggiare?” lei ridendo risponde “ma che speciale, vado da Mc Donald, ho troppa voglia di patatine e pollo fritto”. Nemmeno qui ci sono confini. Il mondo, per fortuna, è uno solo. E finché ci sarà una tavola, un caffè, una sedia e del tempo da passare insieme, niente può andare troppo male.

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