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Cioccolata con panna a Rebibbia

di BARBARA CHIARI

Oggi è il mio primo pomeriggio con le donne di Rebibbia. Prima di entrare Giovanna preannuncia cioccolata con panna e il tema della conversazione, che sara’ l’arte.

Entriamo in una stanza colorata e piena di giochi, dove alla spicciolata iniziano ad arrivare le donne, alcune sorridenti, altre molto serie o forse solo timide. Mi colpiscono i loro volti, riconosco i tratti somatici dei rom, occhi allungati, visi triangolari. C’è una donna senza gli incisivi, due sorelle dallo sguardo profondo, un’altra sorridente e rumorosa. Alcune vanno e vengono.

Superiamo un iniziale imbarazzo sedendoci su delle sedie da bambino, in cerchio. Mariarita spiega di cosa si parlerà e mostra una prima immagine, la stampa di un quadro di Caravaggio. A questo punto inizia il carosello delle impressioni che ognuna di noi ricava dalla visione di quel quadro. L’immagine diventa presto una scusa, un pretesto. In realtà si parla di noi, della nostra storia, dei nostri ricordi e dei nostri desideri. Ogni volta che Mariarita ci fa vedere una nuova immagine c’è un’energia forte che entra in circolo. E capisco che questo succede perché ci sono donne che si raccontano, curiose di ascoltare, ansiose di condividere.

Quando parlano di quadri che ricordano di aver visto, o di quadri che amano, mi colpisce come il riferimento sia sempre ad immagini sacre, viste nelle chiese. Mi dico che forse è perché nelle chiese si entra liberamente, mentre l’arte dei musei si paga. Ma non è solo questo. Le immagini sacre fanno parte della loro vita, della loro cultura. Alcune parlano di quadri che hanno nelle loro case.

C’è una ragazza bellissima, mora, occhi profondi e intensi. Penso a quello che sarebbe diventata se fosse venuta al mondo in un posto diverso da quello in cui è nata.

C’è una donna più grande delle altre, la piu’ dolce, sdentata con l’ultimo dei suoi otto figli in braccio, che ci parla dei tarocchi e delle guarigioni. Un po’ maga, il suo sapere sa di antico.

Ad un certo punto cominciano a chiedere a ognuna di noi “esterne” che lavoro fa. Vengo travolta dalle domande quando dico di lavorare al ministero della giustizia, confusamente immaginano che possa aiutarle con i magistrati che decidono della loro libertà, mentre tento senza successo di spiegare il mio mestiere nell’amministrazione pubblica.

Anche alcune di loro accennano al proprio “lavoro”, ridendo. Una parla di giudici cattivi, un’altra dice che ognuno risponde delle azioni che ha compiuto.

Arriva Giovanna con un vassoio di bicchieri di cioccolata calda, guarniti di panna e lingue di gatto. E tutte ci lecchiamo i baffi.

L’ultimo argomento è il quadro che ognuna di noi vorrebbe dipingere. A turno raccontiamo i colori e le immagini della nostra tela.

E’ sorprendente scoprire come in tutti i nostri quadri ci siano prati, mare, bambini e libertà. Infondo desideriamo le stesse cose.

Penso che sarebbe stato bello dipingere tutte insieme un’unica tela.

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