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8 marzo al nido di Rebibbia

di MARICA FANTAUZZI

Era esattamente un anno fa che incontrai per la prima volta le donne del nido di Rebibbia. Oggi molte di loro sono uscite, ma altre sono entrate.

Ci ritroviamo in cerchio, Giovanna Marina io e le donne con i loro figli. Giovanna rompe il ghiaccio come solo lei riesce a fare, cercando di rendere tutto il più normale possibile. Mangiamo il cornetto e beviamo il cappuccino come se fossimo in un bar qualunque, lontano da muri e da porte che sbattono. I bambini ci guardano incuriositi.

L’idea era quella di parlare di un indumento, un anello, anche un semplice sasso, dal quale però ognuna di noi non riesce a liberarsi. Un qualcosa che non butteremmo mai, come una “seconda pelle”, che custodisce in sé un ricordo, un pezzo della nostra vita. Le donne inizialmente sembravano non capire, parlavano di regali dei mariti, dei loro figli.

“Ci dev’essere qualcosa che appartiene solo a voi! Qualcosa che non vi ricolleghi necessariamente ad un marito, ad un figlio…ma semplicemente a chi siete state voi prima di tutto questo! A chi siete voi ora, a chi vorreste essere a prescindere da un uomo.” Insistevamo, non poteva essere che queste donne si immaginassero solo in funzione di un altro uomo, anche se un figlio. Volevamo ritrovare in loro quello che già c’era, ma che forse avevano dimenticato. Ed ecco che qualcosa emergeva. La madre di Maria, come destata da un lungo sonno, ricorda di una sciarpa appartenuta alla madre. “Era una di quelle sciarpe che andavano di moda allora, con dei colori vivaci…rosso, bianco, blu. Lei lo indossava sempre, e da quando lei non c’è più io non posso liberarmene. Mi ricorda di me piccina, di me quando c’erano ancora mamma e papà.”

 

La mamma di Maria aveva dato il là ai ricordi di tutte, c’era chi tirava fuori degli orecchini della nonna, chi una foto di tanti anni fa. “Nella foto ci siamo io e i miei fratelli, ma soprattutto c’è mia nonna. Lei, lei c’è sempre stata per me, anche quando mamma andava via, lei rimaneva. Quel ricordo, quel momento è racchiuso in quella foto, che tengo sul mobiletto…sempre.” Mentre parlano e i loro pezzi di vita riaffiorano mi chiedo come dev’essere per loro parlare di qualcosa che non avrebbero mai abbandonato e che ora, per forza di cose, non possono vedere né toccare, ma al massimo ricordare. La ragazza che mi stava accanto, tentando di tranquillizzare il figlio che le sgattaiolava tra le gambe, ci fa un cenno: “Ecco, anche io ce l’ho. Certo! È un foulard che ho sempre avuto, me lo diede mio fratello. Sapete lui ha creduto per lungo tempo che fossi sua madre, per anni a dirgli che ero la sorella, ma niente. Si ricordava gli anni in cui io, appena quindicenne, mi son presa cura di lui, ma solo perché mamma non poteva. Lei era qui, in carcere. Quegli anni son stati belli, facevo tutto tutto eh, da vera mammina. Ora che è grande siamo più che fratelli, è il mio amico. E quel foulard rosso (che poi a dirla tutta a me il rosso non m’è manco mai piaciuto), ora non lo mollo più. Sta di là, “in matricola” ad aspettarmi.

Tra un ricordo e l’altro, con Giovanna e Marina cercavamo di capire quale fosse il filo che li racchiudesse tutti, cos’era che più di tutto emergeva dalle loro storie. Era la fanciullezza. Tutto in qualche modo le ricollegava a quando erano piccole, a quando il loro mondo era fatto di mamma e papà che cucinavano, di nonna che li accudiva, dei fratelli che giocavano con loro. E come se avesse immaginato i nostri pensieri la mamma di Geronimo, la più grande, quasi urlando ferma il gruppo : “ Ci chiedete dei momenti importanti nella nostra vita, nella nostra cultura il momento più importante è quando perdi la verginità, e perdendola troppo in fretta, è tanto importante quanto scioccante. Io a 12 anni non ero più bambina, non può esser così, non deve essere più così. Ecco perché i ricordi più belli son quelli di quando eravamo piccole, perché sono rari, troppo rari. Noi, noi donne, dovremmo ricordarci di più di chi siamo, di quanta forza abbiamo, anche più grande di quella dei nostri uomini. Siamo toste, sì.”

Finisce di parlare incrociando gli occhi di Giovanna, sa che lei può capire. Le altre la guardano sorprese, chissà se sanno di averla anche loro quella forza.

Giovanna mi ha accennato che ci fu l’idea da qualche parte di creare un museo che raccogliesse oggetti normali, oggetti appartenuti alla “gente comune”, niente quadri di grandi pittori o diamanti di splendide principesse. “Qualcosa che custodisse la nostra presenza sulla terra, quel qualcosa al quale non avremmo mai rinunciato in vita”. Ripercorrendo la giornata di oggi, capisco quanto ogni oggetto di queste donne, di noi donne, può risultare prezioso. Il foulard della madre di Maria, gli orecchini, la foto, la sciarpa della mamma di Giovanna, la maglia della zia di Marina, possono avere il potere di custodire la parte più autentica di noi. Al di là delle culture e al di là delle sbarre, quella parte rimane lì ad aspettare che prima o poi, ci ricordiamo di lei.

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