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“Il nostro 8 marzo, con Giovanna Longo, Stefania Iannilli, Marica Fantauzzi e le donne del nido di Rebibbia”

di MARICA FANTAUZZI

8-marzo-rebibbia

L’8 marzo le donne del mondo hanno scioperato. C’era chi lo ha fatto per strada, chi sul luogo di lavoro, chi con in braccio un figlio, e chi da dentro un carcere.

“Fuori da qui le donne di tutto il mondo si sono organizzate per scioperare affinché i propri diritti siano rispettati. Voi per quali diritti vorreste scioperare?”

Le donne, madri e detenute insieme ai loro figli nel carcere di Rebibbia, si guardano tra loro. Alcune ridono, altre fanno finta di ascoltare, altre vorrebbero ascoltare ma devono controllare il bimbo pronto a fiondarsi sotto qualche tavolino. Una di loro, 24 anni come me, urla: “Affetto”. Un’altra: “ Fiducia”. Un’altra ancora: Rispetto”. A quel punto ripenso alle prime pagine del mio vecchio libro di diritto pubblico, quelle in cui si parlava del diritto come una risposta ai bisogni dell’uomo. Tutte loro stavano urlando un proprio bisogno, ma non credevano minimamente di avere un diritto. Questo fino a che una ragazza non ha alzato la mano e, quasi solennemente, ha detto chiaramente che il diritto che le spetta è quello di non andare a rubare:

-“ Perché dobbiamo andarci noi, ci andassero gli uomini. Noi vogliamo trovarci un lavoro”.

Le altre sorridono, forse pensano ci sia del vero in quel che dice la loro compagna, ma non so quanto ci credano. Mentre le ascolto palleggiarsi la possibilità di dire la loro, la lista dei diritti che prima sembrava appartenere solo alle lotte delle donne al di là del muro, prende forma anche al di qua.

Il diritto a ricominciare, il diritto ad amare chi si vuole amare, il diritto a cambiare sesso, il diritto di difendersi, il diritto alla libertà. Ogni diritto che esce fuori dalla loro bocca è cucito a doppio filo con una violenza che hanno subito da bambine, da donne, da madri.

“ Ero piccola, non avevo neanche nove anni quando mi ha violentata. Io non dissi niente perché minacciò che avrebbe fatto del male alle mie sorelle, alla mia famiglia. Dopo anni lo dissi a mia madre, ma ormai era troppo tardi. Ora il peggio è passato, ma quando sto accanto ad un uomo non provo niente, non so attaccarmi.”

Luna e le altre ci guardano negli occhi mentre ci chiedono di scrivere per loro queste parole. Gli escono di getto, e noi a fatica cerchiamo di trattenerle su un pezzo di carta.

“Al binario 1 di Termini la polizia prese me e altre due mie amiche. Un poliziotto ci conosceva. “Buongiorno puttane”, così ci salutava. Ci ha picchiate più volte, anche se non avevamo fatto nulla. Ci veniva addosso e bam, uno schiaffo. Lo abbiamo raccontato ad altri poliziotti. Hanno detto che ora non era più un nostro problema, il poliziotto era stato spostato in un altro posto.”

“ I was disappointed by a man. He promised we would be happy. It was not like that, he hurt me. I will not say how, but he hurt me so much I can’t explain it.”

Ora che sfoglio i loro dolori mi chiedo cosa gli sia rimasto di quella giornata. Mi chiedo perché Luna dovrebbe ascoltare me parlare di diritti negati e violenze perpetrate quando lei vive le sue giornate chiusa in una stanza con un figlio di pochi mesi, consapevole che lì dentro ci è finita probabilmente per qualcosa che io chiamo violenza ma lei chiama amore. Mi chiedo se ci sia un limite oltrepassato il quale la violenza non può più esser combattuta, perché per anni non si è conosciuto nient’altro. Mi chiedo se queste donne, le donne del nido di Rebibbia, avranno un giorno la possibilità di avere un’altra possibilità. E mi chiedo se ci sia spazio, nella loro giovane eppure già così tormentata vita, per il riscatto.

“Le donne – diceva Natalia Ginzburg- sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù sulle spalle e quello che devono fare è difendersi con le unghie e coi denti dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto perché un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a se stesso ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono al mondo e si occupa di se stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero. Così devo imparare a fare anch’io per la prima perché se no certo non potrò combinare niente di serio e il mondo non andrà mai avanti bene finché sarà così popolato d’una schiera di esseri non liberi.”

Perciò sì, negli occhi delle donne di Rebibbia ho visto il pozzo di cui parlava la Ginzburg, quello in cui ogni donna inevitabilmente cade, ma posso giurarvi che ho visto anche tanta preziosa libertà.

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